ALLA PARATA DEL 4 NOVEMBRE - NON SOLO TAURINENSE

 

 

 

BEATO IL PAESE CHE NON HA BISOGNO DI EROI

In coincidenza con il 92' anniversario della fine dell'"immane massacro" della 1' guerra

mondiale, altre guerre insanguinano il pianeta.

La 1' guerra mondiale costò all'Italia 650.000 morti e un milione di mutilati e feriti.

Il 4 novembre non c'è niente da festeggiare.

L'art. 11 della Costituzione nata dalla Resistenza proclama ancora ufficialmente che:

"

L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA COME STRUMENTO DI OFFESA DEGLI ALTRI POPOLI E COME MEZZO DI

RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI"

Oggi l'Italia è impegnata in guerre ipocritamente definite missioni di pace.

La "missione di pace" in Afghanistan dal 2001 ha provocato circa 50.000 morti, di questi

circa 2000 i militari Nato di cui 34 italiani e circa 14.000 i civili tra cui molti bambini

La crisi economica costringe molti giovani specialmente del Sud a trovare nell'arruolamento

l'unico sbocco lavorativo possibile.

La guerra è l'unico futuro che vogliamo riservare ai nostri figli?

Di fronte ad una politica di tagli che colpisce la sanità, mette in ginocchio la scuola pubblica,

mortifica il lavoro, l'unico settore che non viene colpito è quello bellico.

Questi giovani che sono morti sono vittime, vittime del loro

lavoro.

Nel 2009 secondo i dati Inail sono 1936 i morti per causa di lavoro nel solo settore industria,

morti certamente meno pagati e che non solo non hanno avuto un funerale di stato ma a

malapena qualche trafiletto sui giornali locali.

Altri sono gli eroi

eroi sono i medici di Emergency e tutti coloro che si prodigano per aiutare

le popolazioni colpite da chi esporta la democrazia armato fino ai denti e cercano di

alleviarne le sofferenze.

Partito della Rifondazione Comunista

Federazione di Biella

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Ritratto di valter clemente

 

 

 Alla parata militare 
sputò negli occhi a un innocente 
e quando lui chiese "Perché " 
lui gli rispose "Questo è niente 
e adesso è ora che io vada" 
e l'innocente lo seguì, 
senza le armi lo seguì 
sulla sua cattiva strada


 

 


Alla parata della Taurinense svoltasi a Biella alcuni giorni fa avremmo anche noi voluto sputare negli occhi ad un innocente e spiegargli che questo è niente in confronto all’orrore della guerra, anche quella combattuta dai soldati Italiani nei paesi del Golfo, nei Balcani o in Africa ma a noi descritta come un’azione di polizia internazionale.

 

Avremmo voluto, come nella ballata di De André e De Gregori, sollecitare un giovane obbligato alla leva ed in procinto a partire in guerra a conservarsi innocente e a disertare, condividere la nostra cattiva strada, il rifiuto alle armi, ma oggi i soldati, anche gli alpini, sono ormai mercenari ingaggiati a 5/6.000 euro al mese e sordi alla virtù.

 

Avremmo voluto cantare ai bambini delle scuole di Biella, strumentalmente chiamati a sventolare  bandierine, “Se verrà la guerra” o la “Guerra di Piero” ma chi si occupa della loro educazione ha preferito essere compiacente ai poteri locali e centrali.

 

Avremmo voluto illustrare quanto la guerra (anche questa guerra) sia sempre dettata da interessi economici e mai da ragioni umanitarie o per “liberare” un popolo; che questi interessi economici non sono solo più connessi al singolo Stato, come in passato, ma alle Imprese nella loro attuale dimensione multinazionale e globale, Capitale ed Impero ancora dediti a colonizzare.

 

Quanto avremmo voluto e non siamo riusciti a fare - tanto oscura è la stagione dei diritti e delle politiche di pace - è comunque riassunto in questa ballata senza tempo, in poche strofe.

 

Cantala con noi, fischiettala con gli amici o anche da solo, e diffondila: solo se in tanti si smetterà di tacere, qualsiasi parata militare, come quella che abbiamo visto scorrere a Biella, apparirà nella sua assurdità, più noiosa di un funerale.

 

                                                               Sprigioniamodiritti

                                                                         Biella

Ritratto di valter clemente

 

Nuovi Partigiani della Pace                 

Sez. “Giorgio Caralli”      

BIELLA

 

Desideriamo esprimere una posizione critica nei confronti della parata militare che si è svolta lo scorso 5 novembre e della rappresentazione mediatica che ne è stata data.

E’ stato principalmente un tentativo di legittimazione popolare della guerra in corso in Afghanistan e della guerra in generale, ammantandola di nazionalismo e di patriottismo, coinvolgendo addirittura le scolaresche nella celebrazione; il tentativo di introiettare la guerra come una componente della nostra vita civile e democratica, cambiandone il nome con eufemismi come “missione di pace” o addirittura ossimori come “guerra umanitaria”.

Un tentativo da parte di quasi tutte le forze politiche presenti in Parlamento di spostare il cardine della simbologia dell’unità nazionale dal 25 aprile – momento di liberazione e di unità popolare, di vero tentativo di democrazia – al 4 novembre, data della fine di una guerra nazionalista tragica e anti-popolare,  che attua di fatto uno svuotamento dei principi costituzionali.

Una guerra, come tutte le guerre, che a Costituzione vigente l’Italia “ripudia come mezzo di offesa degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” da oltre 60 anni.

L’Italia non si trova in Afghanistan in missione di pace, si trova lì per essersi accodata ad un intervento unilaterale degli USA, che hanno invaso un paese sovrano, per scopi ed interessi preesistenti all’11 settembre.

Il riferimento alla missione di pace è sconfessato oramai da tutti, ministro della Difesa compreso, eppure si continua a giocare sull’equivoco.

L’Italia in Afghanistan persegue obiettivi strategici, politici ed economici della Nato e degli Usa, ed i suoi soldati sono costretti a combattere, come dimostrano i morti ed il continuo incremento di mezzi e di uomini che vengono richiesti nel paese. All’indomani della nostra parata del 5 novembre il ministro della difesa ha annunciato l’invio in Afghanistan di altri 200 uomini.

Ma sui mezzi di informazione più seguiti la rappresentazione data è quella della “missione di pace”, come se fosse possibile per un esercito straniero in un paese occupato estraniarsi dalla guerra in corso e perseguire solo una nobile ed umanitaria attività di aiuto ad una popolazione stremata da decenni di guerre.

Il mito degli “italiani brava gente” si infrange e viene fagocitato dall’esigenza di rispettare gli impegni militari che vengono richiesti da chi conduce di fatto la guerra, ossia gli USA.

Gli elogi dei generali americani ai nostri soldati, che periodicamente la stampa si preoccupa di farci conoscere, non sono per le loro qualità di umanità e di altruismo, ma per le loro qualità militari; i soldati, bisognerebbe sempre ricordarlo anche se può turbare le coscienze, per loro natura sono addestrati ad uccidere.

La situazione attuale della guerra in Afghanistan inoltre è di pura stagnazione con una chiara offensiva delle forze afghane non allineate alla NATO in un rapporto che fa veramente pensare allo schema invasori-resistenti. 

Basterebbe conoscere la Storia per capire che l’Afghanistan è una palude, lo è stata per la Gran Bretagna nell’800, per i sovietici negli anni 80, lo è oggi per l’Italia e la Nato.

Ma questa guerra, la sua celebrazione nel biellese e la rappresentazione che ne è stata data dai mezzi di comunicazione, serve tanto a sdoganare una volta per tutte quello che per 60 anni era stato – sull’onda dell’emozione  e dello sdegno per la catastrofe della 2^ guerra mondiale – un tabù, ma soprattutto, nel momento del trionfo dell’ideologia capitalistica, a far passare il concetto che si possa intervenire militarmente in ogni luogo della terra, ovunque dove ci sia un interesse politico, economico, militare da salvaguardare per l’Occidente.

E la rappresentazione mediatica di questa guerra è doppiamente fuorviante, in quanto da un lato nasconde i veri scopi della guerra, che non sono umanitari ma economici ecc., e dall’altra nasconde i risvolti sociali dell’impiego quasi indiscriminato di risorse pubbliche destinate alle spese militari, sottraendole allo stato sociale, ossia alla scuola, alla sanità, alle pensioni, al lavoro.

Riteniamo quindi che l’esercito e l’utilizzo al di fuori della Costituzione che ne viene fatto, non sia il punto di incontro tra popolo e nazione, come si vorrebbe dimostrare, ad esempio mostrando o cercando di dimostrare la fusione tra biellesi e militari.

Gli alpini dell’ANA affratellati agli odierni alpini di professione non sono credibili se li si guarda con razionalità. L’esperienza degli uni, alpini di leva, spesso costretti ad un dovere pesante ed accettato  con fatica, è molto diversa da quella degli altri, soldati per scelta e spesso, purtroppo, per bisogno.

Ed è infine sconfortante vedere i bambini delle scuole portati per strada a celebrare il ritorno da una guerra, anche se la si imbelletta e la si chiama “missione di pace”. E’ davvero paradossale che si possa pensare di educare alla pace i bambini portandoli alle parate militari, tanto più se si pensa allo smantellamento in atto della scuola pubblica, che rende sempre più difficoltoso il percorso di formazione educativa dei bambini anche attraverso la riduzione del numero degli insegnanti ed conseguente loro progressivo aumento dei carichi di lavoro.

Tra i tentativi di accreditare l’accettazione popolare della guerra, le recenti proposte del governo nazionale di premiare le famiglie che hanno figli a scapito delle altre, di foraggiare le scuole private e confessionali a scapito della scuola pubblica, sembra proprio che il mito di “Dio, patria e famiglia” non tramonti mai.

Nuovi partigiani della pace – Sezione “G. Caralli” – Biella, presso Arci,Via della fornace 7, Biella