ARMIAMOCI......

La tendenza alla guerra dell’occidente e il radicalismo islamico

di Domenico Moro*

“…credo che gli sforzi per rovesciare il regime di Assad abbiano portato denaro in molte direzioni. (..) Per questo Qatar, Arabia Saudita e altri devono essere coinvolti per combattere le frange estremiste sunnite.” Daniel Benjamin, ex capo antiterrorismo del Dipartimento di Stato Usa

“La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale.” Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel

1. Le conseguenze disastrose della distruzione degli Stati laici arabi

Il nemico è alle porte, anzi è già al di qua delle nostre porte. Questo ci dicono governi e mass media europei. Il concetto indiscusso, dopo l’attacco a Charlie Hebdo, è che l’Occidente, con i suoi valori di libertà, di opinione e di espressione, è stato gravemente colpito dal bestiale estremismo islamico. Di conseguenza, bisogna prepararsi alla guerra interna ed esterna. La netta sensazione è che si stia aprendo una altra fase della guerra al terrore iniziata da Bush dopo l’11 settembre 2001 e di fatto mai terminata. Non a caso, in riferimento agli eventi di Parigi, si parla di 11 settembre europeo e Matteo Renzi ha colto l’occasione per dichiarare la disponibilità dell’Italia ad un intervento militare in Libia, sia pure sotto il “cappello” Onu, a poco più di cento anni dalla invasione coloniale del 1911. Anche in questo caso però, come in ogni guerra, di qualunque tipo essa sia, la prima vittima è la verità. Per questo, è fondamentale sollevare il velo dell’ipocrisia che impera sovrana e andare alla realtà dei fatti. Un obiettivo che, però, è complicato dal mutamento del quadro storico, caratterizzato da fenomeni che un tempo avevano un ruolo meno importante e soprattutto regionale, a partire dal radicalismo musulmano. Su questo aspetto, come sulla attualizzazione della categoria di imperialismo e sul ruolo dell’immigrazione extraeuropea nella Ue, la sinistra sconta un sostanziale ritardo nell’analisi e un incerto posizionamento politico e ideologico.

La prima questione da evidenziare è che proprio la diffusione dell’estremismo islamico è strettamente dipendente dal processo di destabilizzazione dell’area medio-orientale e nord africana sistematicamente portata avanti dalle potenze imperialistiche occidentali, a partire da Usa e Francia. Il sostegno occidentale al radicalismo islamico e segnatamente al movimento jihadista, che ha rivendicato gli attentati di Parigi e a cui hanno dichiarato di appartenere i fratelli Kouachi e Coulibaly, è stato un elemento decisivo di questa strategia, che riguarda da vicino anche noi italiani. Infatti, già negli anni ’80 i servizi segreti italiani favorirono e sostennero l’estremismo islamico nel Nord Africa contro regimi laici che si volevano abbattere o ridimensionare. Nel luglio 2007, l’autorevole rivista Limes pubblicò una testimonianza di Nino Arconte, nella quale l’ex agente del Sismi rivelò che l’intelligence militare italiana aveva costruito venti campi d’addestramento per i militanti islamici, appoggiando le rivolte che nel 1987 portarono alla cacciata di Bourghiba, allora presidente laico della Tunisia . Gli islamici, successivamente scaricati dagli italiani e perseguitati dal nuovo governo tunisino di Ben Ali, ripararono in Algeria dove alimentarono la lunga e sanguinosa guerra civile degli anni ’90 tra islamici e forze armate. Se oggi nel Nord Africa e nel Medio Oriente ci sono ampi territori in preda all’anarchia o nelle mani di organizzazioni terroristiche e di milizie jihadiste, come il famigerato Is (Stato islamico), è perché gli Stati laici preesistenti, che le combattevano e le arginavano, sono stati sistematicamente distrutti. Tale distruzione è avvenuta o direttamente ad opera delle forze armate occidentali, come nel caso dell’invasione dell’Iraq, o ad opera di milizie locali sostenute politicamente e con armi dall’Occidente e dalle petromonarchie arabe sue alleate, come nel caso della Libia e della Siria. In particolare, in Libia i bombardamenti aerei, compiuti da Europa e Usa e costati la vita a numerosi civili, hanno permesso agli insorti una altrimenti improbabile vittoria su Gheddafi. Mentre i media occidentali esaltavano le “primavere arabe”, dipingendole come manifestazioni della lotta per la libertà dei popoli contro sanguinari dittatori, migliaia di jihadisti provenienti da tutto il mondo islamico penetravano in Libia e in Siria, che ora sono ridotte a piccoli Afghanistan nelle mani di signori della guerra alle porte di casa nostra. Persino Daniel Benjamin, ex capo dell’antiterrorismo del Dipartimento di Stato sotto Hilary Clinton, ammette esplicitamente che le petromonarchie dell’Arabia Saudita, del Qatar e del Kuwait, storiche alleate dell’Europa occidentale e degli Usa, che vi mantengono proprie basi militari, hanno finanziato le varie milizie che hanno defenestrato Gheddafi e hanno quasi scalzato Assad .

Le responsabilità della Francia nella creazione di questa situazione sono particolarmente forti. Sono state proprio la Francia e, in misura inferiore, la Gran Bretagna a promuovere più decisamente l’intervento militare occidentale sia diretto sia di sostegno agli “insorti” in Libia e in Siria, anche rispetto agli Usa e all’Italia, più dubbiosi specie per quanto riguardava l’intervento in Libia. Dopo i recenti fatti di Parigi i servizi segreti francesi, sebbene noti per lo loro efficienza, sono stati universalmente accusati di incompetenza. Il TG1 della Rai (non un blog complottista) si è chiesto come mai i fratelli Kouachi andassero e tornassero come niente fosse tra Francia, Siria e Yemen, Paese nel quale si sottoponevano ad addestramento militare. Ma, forse non si tratta solo di incompetenza. Forse c’entra qualcosa il fatto che, almeno fino ad un certo momento, per i francesi era meglio non essere troppo rigorosi nel controllo del flusso dei combattenti contro Assad dall’Europa verso la Siria. Un flusso che è passato per quel tratto di confine con la Siria controllato dalla Turchia, che è membro della Nato e che, secondo Alberto Negri del Sole24ore, sostiene da sempre contro Assad oltre all’Els (l’Esercito libero siriano) anche il gruppo jihadista Jabat Al Nustra, affiliato a Al Qaeda . Del resto, Al Nustra è sostenuto anche da Qatar e Kuwait, mentre l’Arabia Saudita sostiene il Fronte islamico, anch’esso jihadista e mirante a costituire un Emirato islamico in Siria.

La facilitazione dell’afflusso di combattenti islamici in Siria è coerente con la strategia occidentale cui si ispira, almeno fino ad ora, l’amministrazione Obama: evitare interventi diretti con truppe di terra, e preferire l’impiego dell’arma aerea e di milizie locali. Tale soluzione è meno costosa sul piano economico, meno compromettente sul politico internazionale, e meno problematica per il mantenimento del consenso interno. Come ormai testimonia anche una lunga filmografia (ultimo il recente e ambiguo film di Clint Eastwood), c’è sempre il pericolo che i giovani militari statunitensi apprendano sulla propria pelle che nessuno tra i “liberati” li considera come liberatori. Ad ogni modo, l’impiego di truppe locali non rappresenta nulla di nuovo. All’epoca del colonialismo l’Inghilterra combatteva le sue guerre con le truppe indiane e l’Italia aveva dubat e ascari. Anche oggi, dopo l’attentato di Parigi, Benjamin ribadisce che va evitata la tentazione di mandare truppe occidentali sul campo. Il problema, però, è che i nuovi “ascari” non sembrano essere sufficientemente controllabili e direzionabili come si vuole e anzi spesso si rivoltano contro coloro i quali pretendevano di manovrarli.

2. Il nemico interno, lo sviluppo del radicalismo islamico in Europa

Ma chi sono questi nuovi “ascari”? Tra di essi, ci dicono i media, sono migliaia i combattenti di provenienza e di cittadinanza europea, compresi nativi “bianchi” conquistati al radicalismo islamico. In questo modo ci si apre davanti una nuova questione, perché il fronte di guerra esterno, che – come abbiamo visto – l’Occidente ha largamente contribuito ad aprire, trova rispecchiamento in un fronte di guerra interno. Anche in questo caso definire i confini del conflitto, le responsabilità e chi ha iniziato non è sempre così scontato come sembra. Nell’epoca dell’informazione usa e getta, quello che non fa comodo si dimentica facilmente. Così si è dimenticato che l’attentato terroristico più grave degli ultimi anni in territorio europeo occidentale è stato quello realizzato dal norvegese Anders Breivik, che nel 2011 si produsse nella mattanza di 77 giovani e adolescenti del partito socialdemocratico norvegese allo scopo di “protestare contro la decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione di massa degli islamici”. Più di recente l’avversione nei confronti dell’Islam come religione si è diffusa in tutta Europa, non solo portando una ricca doti di voti ai partiti xenofobi, ma alimentando anche azioni violente e terroristiche, come nel caso della Svezia, dove tra Natale e capodanno si sono registrati ripetuti attacchi ad alcune moschee a colpi di molotov. La crescita del sentimento anti-islamico è ben rappresentata dalla diffusione in Germania del movimento Pegida, che esprime, sebbene in forme più presentabili di quelle della estrema destra nazista, pur sempre lo stesso concetto di difesa dell’identità nazionale europea contro l’Islam. A fronte di queste manifestazioni di una parte della popolazione europea, soprattuto appartenente alle classi subalterne, si registra una riscoperta di massa della religione islamica da parte delle nuove generazioni dei figli dei vecchi immigrati extra-europei. All’interno della riscoperta dell’islam come dottrina religiosa si accompagna l’adesione alle differenti forme dell’islam politico.

Quali sono le basi materiali e sociali dell’affermazione di queste manifestazioni ideologiche di tipo religioso e politico? Perché l’integrazione interetnica e interreligiosa sembra essere fallita in Europa e in particolare in Francia? Il punto di partenza è che si è creato in Europa un nuovo “popolo dell’abisso” , rappresentato da milioni di persone che fanno parte degli strati inferiori del lavoro salariato e del sottoproletariato. Molti di questi sono proprio cittadini europei, figli o nipoti degli immigrati arabi o extra-europei. Si tratta di quello che possiamo definire un “terzo mondo” domestico, una sorte di “colonia interna”, che è stata alimentata per decenni ed è tutt’ora alimentata dal capitale. Lo scopo era ed è, a fronte della riduzione dei tassi di natalità della popolazione europea, di avere sufficiente forza lavoro e creare un “esercito industriale di riserva” con cui mantenere bassi i salari.

La Francia, dopo decenni di crollo demografico, ora ha i tassi di fertilità più alti a livello continentale, grazie agli immigrati oltre che a un generoso welfare a sostegno delle famiglie . Però, la crisi del capitale e le “riforme di struttura”, sollecitate dalle politiche di austerity dell’Europa, stanno livellando i salari, contraendo il welfare state e soprattutto la possibilità di avere un lavoro decente. Insomma, quello che si produce è un eccesso di popolazione, una sovrappopolazione non in termini assoluti ma relativamente alla capacità di integrarla nell’unico modo possibile nella società attuale, cioè impiegandola come merce forza-lavoro nel processo di accumulazione del capitale. Questa sovrappopolazione relativa colpisce molti europei, non solo immigrati o figli di immigrati di seconda e terza generazione, ma anche molti “indigeni”, che passano alla “riserva” dell’esercito del lavoro in forma permanente. Questa situazione determina una tensione sociale che deve trovare in qualche modo uno sbocco. Non trovandolo in una lotta unitaria “sovra-etnica” contro la vera causa del problema (il modo di produzione capitalistico), si manifesta in una lotta fra poveri (o fra chi è povero e chi ha paura di diventarlo) per la spartizione delle sempre più ridotte risorse, che assume connotazioni etniche, o un rivestimento religioso e di scontro culturale tra civiltà.

Marx, in quanto materialista e politico rivoluzionario, era critico verso la religione, che vedeva insieme come “l’espressione della miseria materiale e la protesta contro la miseria materiale” . Infatti, quando si riferiva alla religione come “l’oppio dei popoli”, la sua affermazione conteneva una ricchezza e sfumature ben maggiori di quanto una certa vulgata vuole far intendere. Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli nel senso che la religione assume, allo stesso modo dell’oppio utilizzato per i feriti in guerra, la funzione di lenimento alle sofferenze di una umanità oppressa e umiliata . Del resto, ai loro inizi, cristianesimo e islamismo erano le religioni dei poveri e degli schiavi. Nel Corano e nei Vangeli troviamo parole molto aspre nei confronti dei ricchi, mentre l’Apocalisse biblica rappresenta un atto d’accusa contro l’imperialismo di Roma. Questi richiami a Marx e alla storia delle religioni non vogliono essere meramente filosofici, ma ispirati dalla necessità politica di comprendere la natura ambivalente della religione allo scopo di meglio contrastarne la funzione di strumento di dominio da parte delle classi dominanti. Anche oggi, per non pochi europei (nativi e immigrati) la religione (islamica e cristiana) rappresenta l’unico modo che identità frantumate da una modernità sempre più alienante hanno di esprimersi.

Il radicalismo islamico va, però, distinto dall’islamismo. L’islamismo è una dottrina religiosa che, come il cristianesimo, non implica di per sé l’adesione ad un determinato orientamento politico e tantomeno alla Jihad e ad azioni violente. Infatti, milioni di credenti islamici, alla stessa stregua di milioni di cristiani, hanno appoggiato partiti di varia estrazione politica e ideologica. Fra l’altro, l’Islam è molto differenziato anche sul piano dottrinale, ad esempio vi sono importanti correnti quietistiche o addirittura mistiche, come il sufismo, che rifiutano qualunque uso della forza. Noi europei facciamo fatica a comprendere l’Islam, perché siamo condizionati dal cristianesimo che ha un clero, una organizzazione strutturata e un pensiero religioso sistematizzato, soprattutto nel caso della Chiesa cattolica. Nell’Islam non ci sono Chiese né un vero clero, solo la minoranza sciita ha qualcosa che gli si avvicina. Inoltre, l’Islam va distinto dal radicalismo islamico. Questo non è una dottrina religiosa, ma un orientamento politico e ideologico, che è definibile islamico perché, secondo una sua interpretazione soggettiva, giustifica e riconduce la sua linea politica alla dottrina religiosa, in particolare all’applicazione della legge coranica, che come per ogni legge generale, è soprattutto questione di interpretazione. Dunque, anche il radicalismo islamico non è un tutto unitario né può essere ricondotto al jihadismo. Esso presenta delle notevoli differenze interne, tra correnti che assumono posizioni politiche e metodi di lotta anche opposti.

Ad ogni modo, oggi per quella parte di giovani figli di immigrati che si rivolgono al radicalismo politico islamico, l’Islam rappresenta l’arma del riscatto e della rivalsa contro una Europa, e per estensione contro un Occidente, che, dopo avere accolto i padri, ora rifiuta i figli dei quali aveva nutrito le aspettative. Anche in questo caso si ha l’impressione di assistere ad un déjà vu. Un movimento simile, di volontà di recupero delle proprie radici e della propria identità in opposizione alla discriminazione razziale e di classe, portò migliaia di neri statunitensi verso l’Islam negli anni ’50 e ’60. Anche allora, come accade oggi in Francia, si trattava di giovani proletari o sottoproletari emarginati, spesso piccoli delinquenti, che si avvicinavano alla religione islamica anche nelle carceri. Esemplificativo, in questo senso, fu il caso di Malcom Little, altrimenti conosciuto con Malcom X. All’epoca, però, lo sviluppo di una coscienza nera, come consapevolezza di essere membri di “colonia interna”, non condusse all’egemonia del radicalismo islamico nè sboccò nella jihad, bensì portò i neri alla sinistra politica e alla lotta contro il potere capitalistico e imperialista degli Usa . Uno sbocco che evidentemente fu favorito dall’esistenza di un contesto politico-ideologico e di rapporti di forza internazionali del tutto diversi da quelli odierni, oltre che da una struttura capitalista avanzata e differente da quello più arretrata medio-orientale.

3. Convergenza politica tra imperialismo occidentale e jihadismo

Dunque, molti giovani europei di origine araba e africana guardano al radicalismo islamico non tanto o non soltanto come fonte di una visione religiosa della realtà, ma anche come un modello politico, sociale e ideologico alternativo a quello in cui vivono. Ma se un modello diventa tale, ciò avviene in larga misura perché si dimostra vincente. Il punto è dunque questo: il radicalismo islamico appare oggi vincente nei Paesi arabi e africani soprattutto nei confronti del secolarismo di derivazione occidentale. Eppure non è sempre stato così. Per un lungo periodo, tra gli anni ‘40 e ’70, in Medio Oriente e in Nord Africa furono movimenti e partiti laici, nazionalisti o di sinistra, a partire dal nasserismo in Egitto e dal partito Baath in Siria e Iraq, e persino di orientamento marxista, a essere alla testa delle lotte dei popoli arabi per l’indipendenza e per la costruzione di una società emancipata dalle ex potenze coloniali. Fu tale orientamento a portare questi Paesi ad abbandonare gli Usa e ad avvicinarsi all’Urss e al suo modello sociale. Le cose cominciarono a cambiare soprattutto a partire dalla rivoluzione iraniana nel 1979, quando cominciò ad affermarsi il radicalismo islamico che, eliminando progressivamente la concorrenza dei partiti laici, ha conquistato nel volgere di tre decenni l’egemonia in tutta l’area. Il declino delle sinistre laiche arabe è dipeso da un intreccio di fattori. In primo luogo, l’indebolimento della sinistra e del socialismo a livello mondiale, con la conseguente perdita di prestigio tra le masse povere e tra gli intellettuali della periferia mondiale e, in particolare, dei paesi arabi. In secondo luogo, l’uso strumentale che l’imperialismo occidentale e le petromonarchie arabe fecero del radicalismo islamico contro di esse. A questo si collegano i consistenti finanziamenti, ricevuti dalle petromonarchie, che hanno consentito a molti movimenti e partiti islamici di mettere in piedi un sistema di welfare privato che gli ha permesso di radicarsi in realtà sociali impoverite e prive o quasi prive di assistenza pubblica. Infine, la progressiva perdita di credibilità, dovuta alle numerose sconfitte registrate sia nella costruzione di una società moderna sia nella lotta contro l’imperialismo occidentale e Israele, con cui spesso una parte del settore laico e dei governi post-coloniali è risultata collusa.

Tutte queste cause, più o meno sovrastrutturali, poggiano su cause più strutturali, economiche e socio-demografiche, che, pur fondamentali, possiamo trattare in questa sede soltanto di sfuggita. Ci limitiamo ad osservare che la globalizzazione, attraverso una maggiore integrazione delle economie periferiche con quelle centrali, ha prodotto fattori che sono causa di forti tensioni nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, destabilizzandone la struttura sociale e le istituzioni politiche . Tra questi fattori ci sono le dinamiche della finanza, che ha prodotto a più riprese l’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari, e la fragilità dello sviluppo dei Paesi di quell’area, perché dipendente da Europa e Usa. Un ruolo decisivo è stato ricoperto dalla crisi dell’agricoltura locale, che è stata fortemente penalizzata dal tipo di sviluppo indirizzato all’esportazione, il quale ha aggravato la carenza di acqua tipica di quelle aree. In questo contesto ha avuto risultati esplosivi l’aumento esponenziale della popolazione con tassi di crescita del 3-5% e la forte inurbazione delle popolazioni rurali in metropoli sempre più grandi e invivibili. Ad esempio, l’Egitto è passato da 64 milioni di abitanti nel 2000 a 85,7 milioni nel 2014 . La struttura demografica vede la prevalenza delle classi di età più giovani, che non trovano risposta alla loro crescente domanda di lavoro e partecipazione politica . Dinanzi al decadimento delle ideologie provenienti dall’Occidente, la protesta contro l’esistente tende a utilizzare gli strumenti ideologici più “spontaneamente” disponibili, quelli radicati nella tradizione storica. Inoltre, in mancanza di una offerta politica alternativa, il radicalismo islamico si sviluppa sull’humus costituito dalle tensioni sociali e politiche che caratterizzano le masse subalterne dell’area, specie di quelle più giovani e perciò più disponibili a mettersi in movimento.

Le vicende del popolo palestinese sono esemplificative di quanto detto, con il progressivo declino di Al Fatah e delle organizzazioni di sinistra e marxiste e l’affermazione di varie correnti dell’islamismo radicale, inizialmente favorite da Israele, secondo il principio cardine dell’imperialismo classico, il romano divide et impera. Da sempre l’imperialismo occidentale ha cercato di mettere in pratica questo principio nell’area medio-orientale, dove gli stati sorti nel periodo post-coloniale, dal Libano alla Siria all’Iraq, sono un assurdo patchwork di etnie e gruppi religiosi derivato dagli accordi segreti stipulati nel 1916 tra Francia e Gran Bretagna per la spartizione di quelle aree. In tempi a noi più vicini, gli Usa hanno alimentato lo scontro tra laici e religiosi, tra arabi e persiani, tra sunniti e sciiti, proprio a partire dalla guerra tra Iraq e Iran (1980 – 1988), allorché spinsero l’Iraq arabo del laico Saddam Hussein ad attaccare l’Iran persiano e islamico-sciita. Più tardi, dopo l’eliminazione definitiva di Saddam Hussein e dello Stato iracheno da parte degli Usa con l’invasione del 2003, verrà alimentato anche in Iraq lo scontro tra sunniti e sciiti, sciogliendo l’esercito iracheno, l’unica organizzazione veramente nazionale, e favorendo la parte sciita a danno dei sunniti. La conseguenza è che oggi tutta l’area medio-orientale è una polveriera frantumata in gruppi religiosi ed etnici diversi e in lotta tra di loro.

Dal punto di vista della nostra analisi, però, l’aspetto che è più importante cogliere è che nel tempo si è stabilita una sorta di alleanza, apparentemente innaturale, tra alcune correnti del radicalismo islamico, in particolare il jihadismo, e l’imperialismo occidentale. Una alleanza non del tutto nuova, visto che il 14 febbraio 1945, a margine degli accordi di Yalta, che avevano lo scopo di ridefinire gli assetti mondiali in previsione della imminente sconfitta di Germania e Giappone, si tenne uno storico incontro tra il presidente Roosvelt e il monarca Ibn Saud. In quell’occasione, l’Arabia Saudita fu inserita nel nuovo assetto mondiale come fornitore di petrolio e alleato strategico dell’imperialismo occidentale a guida Usa. L’alleanza tra gli alfieri occidentali dei diritti umani e delle libertà individuali e i Saud è continuata da allora, sebbene l’Arabia Saudita, coerentemente con la sua interpretazione wahabita dell’Islam, non pare tenga in gran conto libertà e diritti, a partire da quello all’eguaglianza tra donna e uomo. È bene ricordare, inoltre, che l’Arabia Saudita svolse un ruolo importante nella lotta contro l’Urss e che molti combattenti sauditi che poi formeranno gruppi jihadisti, tra cui Osama Bin Laden, fecero le loro prime esperienze belliche in Afghanistan contro l’Armata Rossa.

La storia recente evidenzia come la convergenza tra imperialismo occidentale e importanti settori del radicalismo islamico jihadista avviene proprio a partire dalla condivisione dell’obiettivo strategico: la disintegrazione degli Stati laici e il dissolvimento del nazionalismo arabo e panarabo. Per l’imperialismo occidentale si trattava di eliminare formazioni statuali (Iraq, Siria, Libia) che erano di ostacolo ai suoi progetti di dominio e di controllo dell’area mediterranea e medio-orientale, fondamentale sul piano geostrategico e soprattutto energetico. Per il radicalismo islamico, si trattava di eliminare quegli stati-nazione arabi che giudica il prodotto di una secolarizzazione esterna che non riconosce il principio della sovranità divina. Alla base della riflessione degli ideologi radicali dell’inizio del XX secolo, tra cui l’egiziano e fondatore dei Fratelli musulmani Qutb e il pakistano Mawdudi, c’è la jahilyya, la concezione che le società islamiche sono tornate allo stato di ignoranza precedente all’avvento del Profeta a causa dell’adozione dei modelli occidentali, da cui deriva l’insuccesso delle società e degli Stati arabi nati dopo la decolonizzazione. È evidente che, per gli aspetti antimoderni e antioccidentali, il rapporto tra certe correnti del radicalismo arabo, come il jihadismo, e l’imperialismo occidentale appare contraddittorio, conflittuale e temporaneo, spesso limitato alla lotta contro il nemico comune di turno, sia esso Assad o Gheddafi.

4. Il radicalismo islamico come fenomeno non omogeneo dal punto di vista ideologico e sociale

Ad ogni modo, quando parliamo di radicalismo islamico bisogna essere consci che includiamo in un unico fenomeno orientamenti diversi, che si differenziano non solo sul piano della dottrina, ma anche sul piano sociale e dei riferimenti di classe. Per comodità possiamo distinguere i vari orientamenti sulla base di due grandi differenziazioni. La prima suddivisione è tra neotradizionalisti e radicali, e si riscontra soprattutto nei metodi di lotta. I neotradizionalisti mirano a conquistare la società e islamizzarla dal “basso”, attraverso la predicazione e l’attività assistenziale e di carità, che si è enormemente sviluppata grazie ai donativi delle petromonarchie arabe. Ma i neotradizionalisti, quando si sono dati una forma di partito, si sono trovati stretti tra le critiche di collaborazionismo con i governi “empi” da parte dei radicali e la repressione delle forze armate dello Stato, che non ne hanno quasi mai riconosciuto la vittoria elettorale, come accaduto negli anni ’90 al Fis in Algeria e nel 2013 ai Fratelli musulmani in Egitto, dove il presidente eletto Morsi è stato destituito con un colpo di stato militare. I radicali, invece, pensano che sia possibile islamizzare la società solamente dall’”alto”, attraverso la conquista dello Stato, che deve essere rapida e violenta. Caratteristica di questa corrente è stata sempre la mancanza del collegamento con un vero movimento di massa e l’autonomia dalla guida religiosa tradizionale degli ulema. La progressiva alienazione dal contesto sociale ha portato questi gruppi, tra i quali è al-Qaida, all’utilizzo delle azioni violente individuali e spettacolari, allo scopo di assumere, grazie al risalto mediatico, il ruolo di campione della causa araba. Infatti, per questi gruppi, il dovere principale e individuale del musulmano è il Jihad, inteso come guerra permanente contro infedeli e presunti apostati .

La seconda divisione è quella tra due modelli che coincidono con i due più importanti Stati islamici dell’area Medio-Orientale, l’Arabia Saudita e l’Iran. L’Arabia Saudita, che assume un ruolo più egemone con la vittoria araba nella guerra contro Israele del 1973, rappresenta nell’islamismo il polo conservatore. La concezione saudita dell’Islam è fondato sull’autorità degli ulema di osservanza wahabita, ovvero sul ritorno all’Islam primitivo e sull’applicazione rigorosa delle norme della legge islamica, la sharia. Obiettivo dell’Arabia Saudita è “wahabizzare” il mondo islamico, fondandosi sulla sua enorme ricchezza. La reazionaria Arabia Saudita, che è il principale produttore e possessore mondiale di riserve di petrolio, è legata sul piano economico e politico agli Usa e all’Europa Occidentale. L’enorme liquidità in dollari dell’Arabia Saudita e delle altre monarchie arabe, generata dall’enorme surplus commerciale ottenuto grazie alla rendita petrolifera, fluisce sulle principali piazze finanziarie occidentali, come Londra, dove ha contribuito a determinare la creazione del mercato finanziario mondiale a partire dagli anni ‘70. I debiti pubblici Usa e occidentali sono finanziati e numerose imprese transnazionali occidentali sono partecipati dalle petromonarchie arabe, spesso attraverso i rispettivi fondi sovrani. La classe dominante delle petromonarchie è una classe di rentier parassitari di tipo feudale, che si sono integrati con la classe capitalistica transnazionale del centro del sistema capitalistico. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita, è sempre stata legata sul piano ideologico e pratico con l’estremismo fondamentalista sunnita e in particolare con il jihadismo, anche se non senza frizioni e contraddizioni. Come quelle che si determinarono quando, in occasione della Prima guerra del Golfo nel 1990, molti jihadisti si allontanarono dai loro sponsor sauditi, perché questi avevano permesso la presenza di un esercito infedele, le truppe Usa, sul territorio che ospita i luoghi santi della Mecca e di Medina.

Dalla fine degli anni ’70 l’Arabia Saudita ha ingaggiato una lotta feroce per il predominio sul mondo islamico con l’Iran, la cui rivoluzione islamica del 1979 assunse un ruolo dirompente nell’area medio-orientale. Infatti, la rivoluzione iraniana, che ebbe la sua base di classe tra le masse povere iraniane, è stata forse l’ultima rivoluzione antimperialista di successo del ciclo storico della decolonizzazione. Nello stesso tempo, è stata precorritrice dei tempi, sostituendo l’islamismo al nazionalismo laico o socialista come strumento ideologico-politico della lotta contro l’imperialismo occidentale. Per la verità, inizialmente la rivoluzione ebbe anche una forte componente laica e di sinistra. Però, nel corso della guerra contro l’Iraq, l’ala più giovane e politicizzata del clero sciita, guidata dall’Imam Khomeyni, e i pasdaran, una forza militare d’élite di ispirazione religiosa ma di composizione laica, conquistarono la completa egemonia. Ad ogni modo, l’islamismo di matrice khomeynista si oppose da subito non solo alle classi dirigenti laiche compromesse con l’imperialismo ma anche a quelle musulmane conservatrici (a partire dai sauditi) dei Paesi arabi, accusandole di nascondere dietro il rigorismo religioso il loro appoggio all’Occidente. Di conseguenza, la rivoluzione iraniana fu immediatamente contrastata dall’Arabia Saudita e dall’imperialismo occidentale che spinsero l’Iraq di Saddam Hussein contro di esso. L’Arabia Saudita, che appartiene all’islamismo sunnita, ha avuto buon gioco a contrastare le mire degli iraniani sciiti a esportare la loro rivoluzione, perché lo sciismo nel mondo musulmano è minoritario e considerato una aberrazione da molti sunniti. Tuttavia, gli iraniani sono riusciti a penetrare dove la presenza sciita è più consistente e in particolare ad islamizzare due importanti conflitti mediorientali, che fino ad allora avevano incarnato la causa nazionalistica araba, quello palestinese e quello libanese, come dimostrato dal legame esistente tra Hamas, Hizbollah e l’Iran.

L’Iran islamico è stato ed è tutt’altro che uno Stato progressista, caratterizzandosi per la violenta e sanguinosa eliminazione delle formazioni laiche e di sinistra e in particolare del partito comunista, tutt’ora illegale. Inoltre, mentre la spinta rivoluzionaria nel tempo si è venuta affievolendo, si è formata una borghesia nazionale, che coincide in parte con la complessa rete industriale e infrastrutturale creata dai pasdaran, e che mantiene la pace sociale con erogazioni di welfare alle classi subalterne grazie alla rendita petrolifera. Al di là degli orientamenti religiosi, gli interessi statuali ed economici dell’Iran, anch’esso potenza petrolifera, configgono con quelli dell’Arabia Saudita, determinando una lotta per l’egemonia regionale, che si riflette, alimentandoli, nei conflitti settari tra sciiti e sunniti in Medio-Oriente. Il caso più recente è quello dello Yemen dove milizie sciite stanno mettendo in seria difficoltà il presidente sostenuto da Usa e Arabia Saudita, che più volte è intervenuta militarmente in quel Paese.

Data l’importanza dell’islamismo nella comprensione della situazione di diffusa conflittualità del Medio-Oriente è bene, però, tenere conto di una importante differenza tra le radici teoriche dello sciismo, declinato in chiave khomeynista, e quelle del sunnismo radicale. Per i sunniti radicali gli oppressori sono sempre i non musulmani e gli oppressi coincidono sempre con i musulmani. Secondo questa visione, alla casa o regno dell’Islam si contrappone la casa o regno della guerra che coincide con i Paesi non islamici. Viceversa, per l’ideologia khomeynista non c’è una identificazione netta degli oppressori con i non musulmani, né degli oppressi con i musulmani. Il khomeynismo rappresentò anche una rottura con la tradizione quietista sciita a favore di un Islam improntato a una visione militante e alla “giustizia sociale”. Oggi, l’Iran è una repubblica in cui sono presenti tendenze politiche e ideologiche differenziate e una articolazione e suddivisione del potere inimmaginabili nelle monarchie assolutistiche dell’area, in particolare in Arabia Saudita. Inoltre, il Paese mantiene rapporti economici e politici con la Russia e la Cina e un posizionamento geostrategico non certo favorevole all’imperialismo occidentale, per il quale rimane una spina nel fianco nell’area strategica del Golfo Persico, la principale del mondo per le materie prime energetiche. Tuttavia, l’amministrazione Obama, rispetto a quella di Bush, negli ultimi tempi sembrerebbe caratterizzata da un atteggiamento di maggiore apertura nei confronti dell’Iran, probabilmente ispirata alla consapevolezza della difficoltà a controllare le dinamiche dell’area senza coinvolgere la potenza regionale iraniana.

Un altro esempio della forte differenziazione politica all’interno del radicalismo è rappresentato dal partito sciita libanese Hizbollah . La nascita di questo partito si innesta nel filone sciita rivoluzionario e fu favorita dall’Iran. Hizbollah si è evoluto fino ad assumere un ruolo non settario e sempre più nazionale, dando priorità alla difesa unitaria del Libano contro l’imperialismo Usa e contro gli attacchi israeliani, come accaduto con successo nel 2006. Obiettivo di Hizbollah è la ricostruzione della società e di uno stato nazionale libanese nel quadro di una collaborazione tra le componenti confessionali. A questo proposito, è significativa la posizione espressa nel 1983 da Ibrahim al-Amin, portavoce del partito: “Noi non discriminiamo tra musulmani e cristiani nel nostro rifiuto dell’oppressione” . Infatti, Hizbollah ha collaborato in particolare con il Partito comunista e i cristiani del generale Aoun, e in un documento del 2009 presenta il Libano come “modello di convivenza tra seguaci delle religioni monoteiste”. A questa concezione fa riscontro una posizione altrettanto aperta sul piano internazionale, basata sulla collaborazione con le forze politiche laiche dei Paesi arabi e con Stati non arabi a livello internazionale, che ha portato Hizbollah ad appoggiare Venezuela e Cuba contro gli Usa. La concezione nazionale, il radicamento di massa e la lotta di popolo, che caratterizzano Hizbollah, avvicinandolo ai movimenti di liberazione nazionale degli anni ’50 e ’60, sono molto diverse dall’universalismo e dai metodi di lotta, basati sull’azione eclatante e individuale, che sono propri dei gruppi jihadisti.

Quanto detto, sebbene non costituisca certamente un quadro esaustivo di un fenomeno complesso come il radicalismo islamico, credo, però, sia sufficiente a darci una idea di quanto il radicalismo islamico comprenda orientamenti politici e ideologici che si pongono in modo molto diverso rispetto all’imperialismo e che rappresentano classi sociali diverse. Studiare e capire l’islamismo e il radicalismo islamico diventa necessario se si vogliono affrontare con efficacia non solo i problemi internazionali ma anche quelli interni europei.

5. Il vero problema è il ruolo dell’imperialismo e la sua tendenza alla guerra

Quella nella quale ci troviamo è un fase storica nuova, caratterizzata da due fenomeni, la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico e la mondializzazione dell’economia. La crisi si manifesta soprattutto nei paesi a sviluppo capitalistico più antico, l’Europa occidentale, gli Usa e il Giappone. Al declino delle aree centrali del sistema economico mondiale corrisponde la rapida crescita dei paesi cosiddetti emergenti, tra i quali Brasile, Russia, India e soprattutto Cina. La quota del Pil mondiale degli emergenti balza dal 16,8% del 1970 al 36,9% del 2011 (la Cina passa dal 2,7 al 12,5%), viceversa la quota degli Usa nello stesso periodo crolla dal 32,2% al 22,7% e quella della Ue scende dal 25,9% al 23,3% . Come sempre accade, quando si verifica una crescita diseguale, si determina una spinta a modificare i rapporti di forza economici, e con essi quelli politici e militari, dato lo stretto nesso esistente tra economia e potere territoriale degli Stati. È a tale ridefinizione dei rapporti di forza che l’Occidente, cioè l’asse atlantico Usa-Europa occidentale , si oppone utilizzando tutte le leve su cui conserva un predominio, la finanza, la tecnologia, l’informazione e soprattutto la forza militare.

La lotta contro gli emergenti, in particolare contro la Cina e la Russia, viene condotta in modo indiretto, soprattutto nelle aree strategiche, quali sono il bacino del mediterraneo e l’area del Golfo persico. Il controllo di queste due aree, dove ci sono le riserve di petrolio e di gas più estese e più facilmente estraibili del mondo, è fondamentale da molteplici punti di vista. Il petrolio mediorientale è importante per il rifornimento dei Paesi europei occidentali e dell’Estremo Oriente, Cina e Giappone incluse. Per gli Usa, che non si approvvigionano di petrolio in quest’area, il controllo del Medio Oriente e del bacino del Mediterraneo è vitale come strumento di egemonia mondiale e persino per poter sopravvivere come potenza economica. Il controllo sulle risorse energetiche non solo gli permette di esercitare una influenza indiretta sulle altre economie industrializzate, ma gli consente anche di esercitare un controllo sul mercato finanziario mondiale. Infatti, se gli Usa riescono a finanziare i loro due enormi debiti gemelli, quello del commercio estero e quello pubblico, è perché il dollaro è la valuta mondiale di scambio e di riserva mondiale. Le banche centrali di tutto il mondo acquistano quantità massicce di titoli del tesoro degli Usa, finanziandone così il debito pubblico e l’economia. Il punto è che il declino economico relativo degli Usa mette in difficoltà l’egemonia del dollaro, che rimane valuta mondiale fintanto che è usata per commercializzare le merci più importanti, e la merce più importante è senz’altro il petrolio. Per questo gli Usa devono controllare il mercato mondiale del petrolio, cosa che non si può fare se non si controlla il petrolio mediorientale. Fu per questa ragione che Saddam Hussein firmò la sua condanna nell’ottobre del 2000, quando convertì in euro il conto che aveva presso le Nazioni Unite nell’ambito del programma oil for food. Ed è per la medesima ragione che gli iraniani hanno minacciato più volte di stabilire nelle isolette del Golfo Persico una borsa indipendente che trattasse il petrolio in valute diverse dal dollaro .

Quindi, per gli Usa, come per l’imperialismo in genere, l’obiettivo non è necessariamente quello di esercitare un controllo su una certa area o di esercitarlo esclusivamente per sfruttarne le risorse minerarie a proprio beneficio. L’obiettivo può essere anche quello di sottrarre un area al controllo dei concorrenti o impedire che ne usino liberamente le risorse. In quest’ottica, acquista un senso, più che la realizzazione di un nuovo ordine mondiale “neocoloniale”, la disgregazione degli assetti statuali dell’area. La frantumazione degli Stati nazionali preesistenti in mini entità para-statuali di natura confessionale e in rivalità permanentemente è coerente con gli obiettivi di fondo dell’imperialismo occidentale. Questo non accade, almeno fino ad ora, attraverso un uso dispiegato e diretto della forza, bensì attraverso guerre economiche e proxy war, ovvero guerre “per procura”, combattute da altri.

Questi altri possono andare dalle truppe regolari di Stati-clienti (Arabia Saudita, ecc.), alle milizie di minoranze etniche ribelli, ai gruppi settari islamici, fino ai gruppi jihadisti. Gli stati falliti, secondo l’espressione oggi tanto in voga, certo non falliscono da sé, ma vengono fatti fallire attraverso l’ingerenza occidentale. Certamente, come abbiamo rilevato sopra, esistono specificità religiose, etniche e socio-economiche di questi paesi che rappresentano un terreno fertile di contraddizioni e conflitti. Quindi, non si può affermare che movimenti e rivolte nascano per semplice decreto dei servizi segreti occidentali. Tuttavia, senza l’intervento dell’imperialismo, nelle modalità che abbiamo descritto sopra, ben difficilmente quelle contraddizioni avrebbero determinato da sole la deflagrazione di molti Stati. Inoltre, l’egemonia delle rivolte in alcuni Paesi è rapidamente passata dalle forze “democratiche”, spesso solo presunte tali, alle milizie islamiche e jihadiste, sostenute e favorite dalle petromonarchie e dalle potenze occidentali. Il Libano, un paese che trent’anni fa con il termine di “libanizzazione” era diventato sinonimo di guerra civile di tutti contro tutti, è la migliore dimostrazione controfattuale di quanto diciamo. Oggi, grazie alla presenza di forze islamiche che si sono evolute diversamente da quanto è successo altrove, mettendo al primo posto la lotta unitaria nazionale contro l’imperialismo, il Libano non è più un caos di opposti settarismi.

Il fattore, che, in ultima istanza, possiamo rintracciare alla radice di quanto accade è la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, che proprio nei suoi punti più alti di sviluppo vede una tendenza permanente al calo del saggio di profitto. Nei Paesi centrali si determina così una stagnazione dell’attività produttiva e una attitudine sempre più parassitaria, che, ricorrendo in modo ricorrente alla speculazione e producendo continue bolle finanziarie, porta alla putrefazione del sistema economico. Nello stesso tempo, all’interno di questi Paesi si produce una concentrazione del potere economico nelle mani di élite molto internazionalizzate nei loro legami e rapporti economici, cui corrisponde una concentrazione del potere politico mediante una trasformazione oligarchica delle istituzioni statali. Contemporaneamente, all’esterno si rafforza la tendenza all’espansione, sia attraverso la prevalenza delle esportazioni e degli investimenti di capitale all’estero, sia attraverso la lotta per la conquista e il controllo delle materie prime e dei mercati di sbocco. Pure centrale è il controllo dei flussi finanziari, che, come abbiamo visto sopra a proposito del rapporto Usa-Arabia Saudita, permettono ai paesi egemoni di attrarre il surplus commerciale mondiale sulle proprie piazze finanziarie, a partire da Londra e New York. In tale contesto, si determina un aumento della concorrenza tra imprese e tra aree economiche sovrannazionali, che coincidono con specifiche frazioni del capitale internazionale. Tale concorrenza non si combatte soltanto attraverso i meccanismi impersonali del mercato mondiale autoregolato. Si avvale anche della forza degli Stati, in particolare di quelli più grandi e forti, che aumentano la loro capacità di intervento, anche militare, all’estero. Del resto, la dottrina militare occidentale definisce il periodo attuale come expeditionary era, l’epoca delle spedizioni militari.

Sono queste le radici economiche e sociali dell’imperialismo, ovvero della tendenza all’espansione aggressiva, tipica dello stadio di sviluppo più avanzato del capitalismo. Oggi, dal punto di vista del rapporto tra centro dominante e periferia dominata, siamo di fronte ad una nuova fase dell’imperialismo. La prima fase, tra la metà dell’800 e la Seconda Guerra Mondiale, fu caratterizzata dal dominio diretto e territoriale degli Stati europei sulla periferia attraverso il colonialismo. La seconda fase è stata caratterizzata dalla decolonizzazione ed è stata influenzata dalla Rivoluzione d’Ottobre e dalla spinta che ne è derivata sulle periferie mondiali per la lotta di liberazione nazionale contro l’imperialismo. La terza fase, nella quale ci troviamo e che si è aperta con il crollo dell’Urss e con la creazione di un mercato mondiale, è caratterizzata dal tentativo dei paesi imperialisti di annullare le conseguenze della decolonizzazione. Contemporaneamente, però, la mondializzazione ha aperto anche un rimescolamento dei rapporti di forza e una accentuazione della competizione mondiale. Tutti questi fattori, a partire dall’indebolimento relativo dei centri di potere tradizionali e dall’emergere di nuovi poteri regionali, determinano una tendenza alla guerra che sta assumendo un carattere permanente. Infatti, questa tendenza non è un fattore congiunturale, ma è una caratteristica strutturale dell’Occidente, ormai connaturata ai suoi meccanismi di riproduzione economica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: una situazione di caos che è ormai degenerata e che, nell’epoca della globalizzazione, non può non ripercuotersi dalle devastate e più vicine periferie, il Nord Africa e il Medio-Oriente (ma anche l’Ucraina), fino all’interno delle stesse cittadelle del capitalismo europeo.

Gli eventi tragici di Parigi si sono tradotti in una chiamata alle armi, nella preparazione del terreno ideologico ed emotivo per dare luogo ad ulteriori passaggi in quella guerra permanente in cui l’Occidente si è da tempo imbarcato, e che nasce non dall’esterno ma dai suoi problemi e dalle sue contraddizioni. Probabilmente la preparazione del terreno per possibili interventi sul campo di truppe di terra europee e occidentali, come Renzi ha prospettano esplicitamente a proposito della Libia, e come la Francia ha fatto, operando da sola, in Mali. L’individuazione del nemico islamico è declinata in modo duplice: in modo rozzo, come fanno i partiti xenofobi e di estrema destra, e in un modo più raffinato e articolato da parte dei circoli dominanti del capitale transnazionale. È il pensiero, realmente egemonico, di questi ultimi che, pur predicando ipocritamente la tolleranza verso l’immigrato extraeuropeo e l’Islam, ci racconta la mistificazione di un conflitto tra l’illuminismo razionale e tollerante dell’Europa e l’oscurantismo barbarico dell’Islam integralista. Una narrazione che si innesta nella tradizione culturale europea, che, risalendo alla guerra tra Grecia e impero persiano, oppone l’Occidente della libertà e della democrazia all’Oriente del dispotismo. L’imperialismo dell’Occidente, però, è la tendenza al dominio e non alla libertà, l’affermazione dell’irrazionalità e non della razionalità. Non è, quindi, un paradosso che l’imperialismo occidentale trovi una convergenza con regimi assolutistici come l’Arabia Saudita e alimenti le tendenze del radicalismo islamico più retrive e indiscriminatamente violente. Per questo è importante distinguere tra l’Islam, inteso come religione, e il radicalismo islamico, di cui, inoltre, va capita la natura di fenomeno politico e sociale multiforme e differenziato. È altrettanto importante, anche a fronte dei molto pubblicizzati e fantasiosi piani dello Stato Islamico (Is) di invasione dell’Europa, rendersi conto che l’imperialismo occidentale possiede una forza, a tutti i livelli, e una influenza negativa sulla realtà mondiale infinitamente maggiori rispetto al radicalismo islamico e a qualunque gruppo jihadista. La contraddizione principale, quindi, è quella che oppone l’imperialismo alle masse di salariati e di poveri che abitano le sue periferie sia interne che esterne. Ed è sempre l’imperialismo, espressione della crisi e della tendenza aggressiva dei rapporti di produzione capitalistici ormai dominanti a livello mondiale, ad essere l’ostacolo principale alla risoluzione dei conflitti e alla pace.

Mentre nella fase della decolonizzazione e fino agli anni ’70 esisteva un legame politico e finanche forme di coordinamento tra le lotte del centro e della periferia, oggi questo legame è stato spezzato. Il radicalismo islamico è un effetto e una causa di questa interruzione e del venire meno di un movimento internazionale che condivideva la critica all’imperialismo e un orientamento socialista. Il problema maggiore del radicalismo islamico risiede nella sostituzione della contraddizione economico-sociale tra oppressi e oppressori e tra sfruttati e sfruttatori con quella tra veri credenti e infedeli/apostati, che si traduce in scontro tra orientamenti religiosi anche all’interno della stesso campo islamico. I risultati sono devastanti non solo per la sinistra e i popoli arabi, che sono stati precipitati in un vortice di conflitti tra settarismi religiosi e tra aspiranti potenze egemoniche regionali, ma anche per i popoli europei, arruolati nello scontro di civiltà, e per la sinistra europea, che si ritrova priva di un indirizzo politico e ideologico valido.

Anche se condotta in buona fede e con le migliori intenzioni, la critica “illuministica” e “libertaria” all’Islam come religione e come sistema di credenze rischia di essere, nel migliore dei casi, una critica che porta lo scontro nella direzione sbagliata. La strada per l’emancipazione non passa per il conflitto di culture e di civiltà, una melma all’interno della quale sguazzano con eguale disinvoltura soltanto l’imperialismo e il retrogrado settarismo jihadista. Viceversa, il problema centrale dell’epoca attuale è la capacità di recuperare un pensiero e una pratica politica che riescano a riproporre la prospettiva dell’emancipazione sociale e politica insieme al centro e alla periferia del sistema capitalistico, e, nel nostro caso specifico, sulla sponda nord e sulla sponda sud del Mediterraneo. Però, tale capacità si dovrà misurare prima a casa nostra, in Europa, attraverso la ricomposizione delle fratture economiche, politiche, etniche e culturali esistenti all’interno del lavoro salariato. Il che vuol dire darsi gli strumenti giusti per operare nelle nostre periferie in direzione di un coinvolgimento nella lotta politica dei lavoratori stranieri e delle seconde generazioni, che rappresentano una quota sempre meno trascurabile delle classi subalterne anche nel nostro Paese.

 

* Domenico Moro,  è membro del Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista. E’ autore dei libri Nuovo compendio del Capitale Club Bilderberg,

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