PERCORSI DI ANALISI DEI PROCESSI DI GLOBALIZZAZIONE/7. La crisi. (Alfonso Gianni e Joseph Halevi)

La crisi epocale del liberismo e Mr. Keynes

La finanziarizzazione mondiale e le teorie monetarie al capolineadi     di

Alfonso Gianni"

Verrà un altro 1929?" così, a partire da quell'anno fatidico, si interrogavano gli americani ad ogni scricchiolio di Borsa. Ce lo raccontava John Kenneth Galbraith nelle prime righe del suo fortunatissimo libro "Il Grande Crollo". Correva l'anno 1954, ma è lecito credere che gli americani si siano posti lo stesso quesito più volte in questo mezzo secolo. Ed ancor di più se lo pongono ora che la crisi è tornata a mordere con inusitata durezza.

Secondo Alan Greenspan, uno che se ne intende, visto che ha guidato la Federal Reserve americana per vent'anni, si tratta della più grande crisi del dopoguerra. E' forse prematuro dire se ha proprio ragione o no. Probabilmente bisognerà aspettare l'anno prossimo per avere un censimento completo dei potenziali insolventi. Intanto è sicuramente vero che la crisi si sta acuendo ed allargando di giorno in giorno (come del resto aveva previsto con grande lucidità Nouriel Roubini, titolare di un'importante cattedra di economia a New York). Siamo infatti già giunti alla fase di una crisi generalizzata di liquidità, malgrado i soccorsi prontamente forniti dalle banche centrali, e al fallimento di importanti banche d'affari, come la Bear Stearns. Né si può dimenticare che questa ultima crisi conferma una micidiale cadenza decennale nelle ricorrenti crisi finanziarie di grande rilevanza: 1987, 1997 e ora 2007 (è nell'agosto dell'anno scorso che è infatti scoppiata la vicenda dell'insolvenza dei percettori di mutui subprime ).

Tuttavia ciò che è più importante approfondire non è tanto il carattere dimensionale di questa crisi quanto le cause che l'hanno provocata e quindi le sue caratteristiche specifiche.

Se si parte dalle caratteristiche specifiche della crisi, si può probabilmente giungere alla conclusione che siamo di fronte a una crisi finanziaria di tipo epocale, nel senso che ora vengono al pettine tutti i nodi attorno ai quali si è aggrovigliata la crescita dell'attuale globalizzazione capitalista. Questa crisi mette impietosamente in discussione il processo di finanziarizzazione mondiale del capitale dal punto di vista economico e le teorie neoliberiste e monetariste che l'hanno accompagnato sul terreno politico.

 

C'è chi, come Christian Marazzi, l'ha chiamata "la rivoluzione derivata". Si trattava dell'introduzione nel mercato finanziario, a partire dal 1979, di una nuova tipologia di prodotti finanziari, i "derivati", appunto. Si tratta di prodotti che si acquistano e si vendono come qualsiasi altra merce, che non hanno un valore in sé, ma lo derivano da qualunque altro bene ad essi sotteso, che sia di natura squisitamente finanziaria o del tutto concreta, come le stesse materie prime.

La loro funzione è quella di proteggere dalla incertezza derivante dalle oscillazioni dei prezzi di qualunque bene, ma il loro scambio non fa altro che fare di quella stessa incertezza una fonte di guadagno. Ne deriva una costruzione rischiosa e estremamente pericolante, esposta a molteplici rischi, che le istituzioni finanziarie centrali non sempre riescono a rintuzzare con tempestività e successo. In questo percorso il bene che soggiace perde via via sempre più di presenza e materialità, al punto che risulta difficile ricostruire l'origine dei derivati. In sostanza essi esprimono il più alto livello di astrazione dal valore d'uso, ben maggiore di quello rappresentato dal denaro stesso.
Nulla meglio dei derivati perciò può rappresentare la cifra dell'attuale finanza mondiale. E quando il processo di astrazione giunge al suo limite estremo, per cui quei titoli diventano vuoti di ogni valore, il castello crolla. E' questo lo spettacolo cui stiamo assistendo da agosto ai giorni nostri.

C'è chi, come Riccardo Bellofiore, ha definito l'attuale capitalismo come il capitalismo dei fondi pensione. In effetti questi ultimi, insieme ai Fondi comuni di investimento, nelle loro diverse varianti, sono i protagonisti delle più frequenti e spericolate scorribande sui mercati mondiali e della finanziarizzazione della proprietà industriale. Essi hanno la funzione, altamente "politica", di garantire una sorta di consenso sociale di massa, anche se non del tutto consapevole, all'attuale sistema, tramite il rastrellamento del risparmio, obbligato dallo smantellamento della struttura pubblica di assistenza e previdenza sociali.

Ma la privatizzazione della difesa dal rischio e della conseguente copertura assicurativa, può giocare dei brutti scherzi. I fondi in questione sono spinti, dall'ansia di garantire le rendite che promettono, ad operare investimenti sempre più rischiosi alla ricerca dei rendimenti più elevati, il che li espone a frequenti fallimenti. E' quanto è accaduto in questi mesi e probabilmente la situazione è destinata ancora a peggiorare.


Queste considerazioni non esauriscono però l'individuazione delle caratteristiche di questa crisi. Bisogna infatti analizzare ciò che sta sotto il fenomeno finanziario e monetario, anche se quest'ultimo a sua volta influisce sul sottostante. Come diceva il grande storico dell'economia Marc Bloch, il fenomeno monetario assomiglia a un sismografo che, non contento di segnalare i terremoti, qualche volta persino li provoca.

Sotto al disastro dei subprime , se guardiamo in primo luogo all'economia americana, sta una recessione vera, malgrado i tentativi patetici di negarla da parte dell'amministrazione Bush. Tutte le crisi capitalistiche sono crisi di sovrapproduzione, si usava dire una volta. E' vero anche in questo caso. Solo che è più grave che nel passato.

In effetti la diffusione dei mutui, dei pagamenti rateali, insomma dell'indebitamento del cittadino americano (e il fenomeno si sta diffondendo anche da noi) corrispondevano esattamente alla necessità di diluire la vendita del prodotto attraverso il tempo, agendo in anticipo sulla effettiva capacità di spesa dei singoli.

Ma quel sistema di ammortizzatori finanziari non poteva andare avanti all'infinito. Essendo troppo fragile e complesso doveva prima poi incepparsi. Ed è quanto è successo e sta succedendo.
L'intoppo nel sistema dei mutui subprime consiste nel fatto che cittadini a reddito basso e soprattutto discontinuo non sono stati in grado di fare fronte ai debiti contratti. In sostanza la flessibilità e la precarietà su cui il sistema postfordista si è eretto, si rivoltano contro il castello finanziario che è stato fin qui costruito.

La mancanza di stabilità del posto di lavoro, portata a esempio della modernizzazione nei rapporti sociali e negli stili di vita dagli apologeti della globalizzazione e del neoliberismo, ha scavato il sistema fin dalle sue fondamenta determinandone le rovinose frane che sono sotto i nostri occhi.

Queste ultime disvelano e trascinano con sé la vuota retorica neoliberista. Per la prima volta in modo evidente e generalizzato si scopre o si riconosce che il sistema, senza un intervento statale, non funziona.

Giulio Tremonti propone una soluzione reazionaria, avanza una critica da destra alla globalizzazione, ma esprime anch'egli questa diffusa consapevolezza. Le banche centrali corrono in aiuto al sistema bancario privato in difficoltà.

La Fed decide in queste ore la più grande riduzione del costo del denaro da un quarto di secolo a questa parte. Solo Paul Volcker nel 1984 fece di più. Ben Bernanke, attuale capo della Fed, non si vergogna affatto di teorizzare il ruolo della banca centrale come «prestatore in ultima istanza» (si noti l'analogia con l'espressione usata da Federico Caffè di stato occupatore in ultima istanza di forza-lavoro, così aborrita dai neoliberisti).

Il keynesismo più elementare sembra tornare di moda, visto che tra qualche settimana i cittadini americani riceveranno dal governo, per decisione bipartisan, un assegno tra 600 e 1200 dollari, per soccorrere il loro potere d'acquisto.

Solo in Europa la banca centrale rimane ferma e con essa il costo del denaro. Immutabili i risibili vincoli di bilancio di Maastricht, che suggeriscono al nostro Padoa Schioppa, di negare, anche in extremis, la ridistribuzione e persino l'esistenza del tesoretto, certificato dai conti dell'Istat.
Mai come in questo momento, proprio mentre si parla di ratificare definitivamente il trattato di Lisbona, è più evidente la necessità di ridiscutere le basi monetariste su cui si fonda l'Europa. Ora è più chiaro di prima, per le ottime ragioni ricordate da Paolo Leon su questo giornale, che è necessario contrastare il disordine monetario internazionale, riproponendo un sistema di accordi che si ponga al livello di quello che fu Bretton Woods per il mondo che usciva dalla guerra.
E sconsiglierei davvero di attendere un nuovo conflitto di proporzioni mondiali per mettervi mano.
Stiamo assistendo ad una sorta di rovesciamento del caso europeo che Jeremy Rifkin chiamò "sogno". L'attuale crisi può risultare addirittura devastante per tutti o può essere occasione per un cambio radicale di politiche. Dipende anche da noi.

Ciò che non si è potuto fare dal governo, per precise responsabilità, può essere perseguito come programma di opposizione. Il superamento del capitalismo non giunge in dono dalle sue crisi, ma dipende dalla soggettività alternativa che si crea.

Liberazione, 20/3/08

Crisi globale. Com'era bello il debito-ricco        di

Joseph Halevi

 

 

 

L'attuale crisi economica si presenta come una malattia a lunga gestazione che, come vedremo, ha circa due decenni di incubazione e il cui decorso è incerto. L'unica cosa certa è l'aggravamento della deflazione salariale, quindi del vero fattore alla base della crisi. Questa viene imputata agli Usa, ma è un errore. Gli Stati uniti d'America sono il perno del capitalismo mondiale. Ma quando sono iniziate alla grande le esportazioni cinesi? 

Negli anni '80, quando gli Usa concessero a Pechino lo status di «nazione più favorita», dando così il via al fenomeno dell'outsourcing su scala mondiale, ma localizzata soprattutto in Cina. Anche per le regole riguardanti la liberalizzazione dei movimenti di capitale, le iniziative sono partite dagli Stati uniti per ragioni connesse alla fragilità in cui era incorso il sistema bancario Usa in seguito al suo coinvolgimento nell'indebitamento dell'America Latina e del Messico in particolare. Ne sono scaturite le regole di Basilea, valide per tutti, che hanno creato più problemi che soluzioni; tanto come concausa della crisi asiatica del 1997 che, nella versione Basilea II, come importante fattore di opacità nel caso dei subprime. Si vedano le «legali» operazioni di off balance sheet (fuori bilancio) effettuate da varie banche nelle condotte che «investivano» in cartacce (proprio per aggirare Basilea II). Dal 1919 gli Usa definiscono il sistema capitalistico mondiale e dal 1945 ne determinano le regole istituzionali in forma diretta ed autoritaria. Dalla fine dei cambi fissi, operata da Nixon nel 1971, lo fanno in maniera non cooperativa con gli altri paesi occidentali. La centralità degli Usa riflette la strutturazione del capitalismo mondiale e il fatto che gli altri poli capitalistici - come Germania e Giappone - non siano mai riusciti a sviluppare un approccio operativamente diverso, ne è una concreta conferma. Non si tratta quindi di crisi americana, bensì della crisi del sistema finanziario capitalistico odierno, che va dalla Bear Stearns alle Landesbanken pubbliche tedesche, al Crédit Suisse. Oggi, intenzionalmente presentata come un'esuberanza, l'ondata di finanziarizzazione speculativa - fino all'anno scorso decantata come una serie di «innovazioni» - è stata invece la risposta alla stagnazione della seconda metà degli anni '70, quando negli Usa inizia la caduta dei salari reali. L'impoverimento della popolazione e la disarticolazione dell'industria, che apre la voragine del deficit con l'estero, impediscono una ripresa dei profitti basati sulle vendite. Società automobilistiche, elettrodomestici e elettronica di consumo fanno soldi grazie agli interessi percepiti attraverso le loro finanziarie che offrono credito ai consumatori. E' l'indebitamento delle famiglie a rendere. In questo frangente si toccano con mano le conseguenze del violento spostamento effettuato da Reagan verso il settore militare e finanziario. Negli anni '80 la spesa pubblica tiene in piedi l'economia, ma i guadagni provengono da attività finanziarie. Come ha mostrato Luciano Gallino (L'impresa irresponsabile), l'ipertrofia finanziaria resa possibile dagli alti tassi praticati da Volcker sposta la composizione del capitale in favore di investitori istituzionali, detentori di titoli ed obbligazioni. La nuova composizione del capitale permette di elaborare economicamente e legalmente strategie di recupero dei profitti che diventono in realtà delle plusvalenze. Gli investitori istituzionali intendono massimizzare il valore delle azioni in borsa. Le ristrutturazioni e le decurtazioni salariali servono a mostrare che tutto viene fatto per rendere disponibile un maggior surplus per il pagamento dei dividendi. La pubblicizzazione di tali operazioni dovrebbe far aumentare rapidamente il valore delle azioni in borsa. Nei fatti si mira ad effettuare operazioni di ristrutturazione e di scorporo per ottenere delle plusvalenze indipendentemente dai guadagni nella vendita di merci e servizi. Lo iato crescente tra valori borsistici e guadagni effettivi può sostenersi solo se si ricorre ad un indebitamento crescente. Nascono quindi i noti schemi che portano alla creazione di «cartacce», inizialmente solo all'interno del sistema finanziario e borsistico. La girandola si sarebbe fermata da sola, con fallimenti di vasta portata. Tuttavia, proprio per la loro dimensione, i crolli hanno imposto alle autorità monetarie di alimentare il «rischio morale», regalando soldi agli organismi fallimentari. Che altro era il salvataggio di 50 miliardi di dollari operato da Clinton nel 1995, se non il trasferimento di liquidi alle finanziarie Usa che erano andate a cercare elevate rendite in Messico, esattamente come stavano facendo quelle europee in Argentina? Senza tali politiche la stagnazione latente sarebbe riapparsa negli Usa quanto meno nella maniera in cui si è manifestata in Europa. Queste politiche hanno permesso l'espansione della domanda finale, avvolta in una bolla speculativa, mantenendo la deflazione. Ottimo! Anche l'indebitamento estero del paese ha aiutato a tenere in piedi la baracca. Infatti gli Usa chiudono il circuito della domanda effettiva estera, sia nipponica che cinese; questi due paesi sono perciò interessati a riciclare le eccedenze nel sistema finanziario statunitense malgrado i costi connessi all'investimento in buoni Usa in via di svalutazione. Quando però le plusvalenze non hanno alcun rapporto con i guadagni effettivi, ulteriori plusvalenze possono ottenersi solo allargando la spirale finanziaria e coinvolgendo anche chi è pienamente coinvolto nella deflazione salariale; si fa balenare la possibilità di acquistare un bancomat, cioè una casa che dovrebbe rivalutarsi in permanenza e permettere nuovi debiti. E' tutto conseguenziale e sistemico, non un'«ubriacatura speculativa», come sostengono gli editorialisti. Con il terminale formato dal reddito reale in panne, il sistema è entrato in crisi e il rilancio della girandola è impossibile. Senza grandi spese pubbliche reali - e con la deflazione salariale e delle pensioni destinata ad accentuarsi per via della debolezza degli Usa, dell'Europa e del ruolo di esercito industriale di riserva operato dalla Cina e dall'India - lo scenario è quello di una grande e prolungata stagnazione americano-europea.

il manifesto, 20/3/08