paese che vai..... maschio sempre uguale

Editoriali

Un orrido impasto di affari, dominio maschile, schiavismo

L’ultima visita ufficiale in Italia del colonnello Gheddafi è stata, ancora una volta, il trionfo della società dello spettacolo in versione orientalista: le amazzoni, i cavalli berberi, le tende beduine, l’harem mercenario, il Corano offerto come cadeau in luogo delle farfalline d’argento (o d’oro, non sappiamo) che il Cavaliere è solito donare alle ospiti di Villa Certosa. A ben guardare, è il medesimo spettacolo kitsch che sovente ci viene offerto dall’ex venditore di spazzole (elettriche) che ha fatto fortuna, ma, appunto, decorato con un po’ di paccottiglia orientaleggiante.
Il Colonnello conosce bene i suoi polli, sa bene che nel regno di Papi può permettersi di gigioneggiare e provocare. Di sicuro intuisce che nel basso impero che lo ha accolto trionfalmente per la quarta volta è ben radicata, e considerata con indulgenza da buona parte dell’opinione pubblica, la protervia maschilista: la stessa che lo ha spinto ad assoldare come comparse del suo show donne che il sistema politico-mediatico berlusconiano ha assuefatto al mercimonio di sé. Sa bene, Gheddafi, che le espressioni d’indignazione o addirittura di disprezzo neocoloniale (il “Rais”, il “Satrapo”, lo hanno definito) che egli suscita nell’establishment politico - variamente motivate, quasi tutte incoerenti e ipocrite - sono il piccolo prezzo da pagare al riconoscimento politico, ad affari lucrosi, all’indennizzo cospicuo per «le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana»: così recita il Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato, che ha concluso il percorso iniziato dai protocolli sottoscritti a Tripoli nel 2007 dal ministro Amato col sostegno politico di D’Alema, allora ministro degli esteri.
Il corollario di tanta fervida amicizia – perfino servile, così da indurre il Cavaliere a baciare la mano del Colonnello come fosse il Papa - sono, come è noto, i pattugliamenti congiunti delle coste, i sistemi di controllo delle frontiere terrestri libiche (affidati a imprese italiane), i respingimenti collettivi di migranti e profughi, i cadaveri abbandonati nel deserto, le violenze e le torture inflitte ai migranti rinchiusi nelle prigioni e nei centri di detenzione. E qui il cerchio si chiude. Infatti, a pensarci bene, non è così paradossale quel che sembra tale.
Lo scenario orientalista ostentato in un paese afflitto da islamofobia e arabofobia è una stranezza solo apparente. Nel paese in cui si assaltano moschee, si aggrediscono donne velate e si insulta l’Islam (Santanché, sottosegretario), si propone il Maiale Day in spregio ai musulmani (Calderoli, ministro), si auspica una nuova Lepanto contro gli infedeli (La Padania), in un tale paese ci possono stare pure quattro inviti ufficiali al rappresentante della Repubblica Araba di Libia il quale regala il Corano a fanciulle prezzolate e le invita alla conversione. Purché la sostanza sia salva: il business, il profitto, il dominio maschile, l’acquisto della forza-lavoro al prezzo più basso, ergo la selezione dei migranti e la loro de-umanizzazione, nonché l’uso propagandistico del tema immigrazione. Intatta resta anche la sostanza neocoloniale dell’operazione. Il Trattato di amicizia e i quattro ricevimenti solenni di colui cui si è attribuito il ruolo di cane da guardia delle sacre frontiere marittime italiane non scalfiscono lo spirito di una società, quella italiana, che mai ha fatto i conti collettivamente col proprio passato coloniale, mai ne ha riconosciuto e rinnegato gli orrori; una società che oggi continua a nascondere la polvere della xenofobia e del razzismo quotidiani sotto il tappeto del mito degli italiani, brava gente. Chi oggi bacia la mano a Gheddafi è lo stesso che nel 2004 presiedeva il governo che patrocinò un’indecente mostra fotografica sull’Epopea degli Ascari Eritrei: ospitata nel Vittoriano, la mostra celebrava il contributo delle truppe “indigene” collaborazioniste alla conquista coloniale del Corno d’Africa. Per dirne un’altra, il film Il leone del deserto, sulla resistenza contro il colonialismo italiano in Libia, mai fino a oggi è entrato nel circuito ufficiale delle sale cinematografiche italiane: messo al bando nel 1982 -secondo Andreotti, allora capo del governo, infangava l’onore dell’esercito-, perseguito per vilipendio delle forze armate, solo dopo la visita italiana di Gheddafi nel 2009 fu proposto per la prima volta da una rete televisiva. Quanto al Leone del deserto, Omar al-Mukhtar, martire della resistenza anticoloniale ed eroe nazionale, temiamo si stia rivoltando nella tomba: in fondo, quelli che ora omaggiano il Colonnello sono, per lo meno sul piano culturale, i degni eredi di coloro che misero a morte al-Mukhtar dopo un processo sommario. E comunque al Leone del deserto non sarebbe piaciuto, immaginiamo, che il riconoscimento della dignità del suo paese costasse la scia di cadaveri che si allunga dal deserto libico fino alle porte della Metropoli.

Annamaria Rivera