NON E' TEMPO DI GOVERNI DI TREGUA

Nella sala del Consiglio comunale di Biella il presidente Napolitano ha svolto una riflessione impegnata, non rituale, che ci induce a porci alcune domande. La prima riflessione riguarda il rapporto fra federalismo e stato unitario. Di fronte alla torsione sempre più secessionista e razzista della Lega, forza che tiene in vita il governo, Napolitano non ha, correttamente, evitato di parlare di federalismo, ammonendo: «Guai a contrapporre una parte del paese ad un'altra, guai a contrapporre un'idea di autonomia e anche di ispirazione federalista all'esigenza di unità italiana».
Bene. Mi permetto di non condividere, invece, alcune conclusioni operative del presidente su questo punto; egli chiede di percorrere senza esitazione, anche se con sobrietà, il pezzo di strada che ancora manca per realizzare i restanti decreti attuativi perché è un «dovere costituzionale». Io credo, invece, che il parlamento dovrebbe finalmente fermarsi ed aprire una seria riflessione sul federalismo liberista.
Stiamo parlando non di autonomie regionali o territoriali, ma di un federalismo secessionista che rischia già con l'approvazione del federalismo fiscale, avvenuta con il consenso sostanziale di parte del centrosinistra, di produrre guasti enormi. Segnalo l'argomentazione, molto documentata, dell'ultimo rapporto Swimez, che cita dati strutturali che mettono a rischio la tenuta della società meridionale. Il rapporto Swimez parla di «mancanza di senso di solidarietà nazionale che ha ispirato tutti i provvedimenti in direzione del federalismo fiscale e di carattere discriminatorio che essi assumono», concentrando sempre più la ricchezza nella parte già più ricca del paese. Credo che dobbiamo evitare di proseguire su questa strada, dando una proiezione istituzionale e normativa definitiva ad una secessione di fatto che rischia di diventare senso comune, ma anche struttura produttiva, di consumo, di vita delle persone. La crisi del regime berlusconiano ci permette di prendere tempo, in funzione dell'apertura di spazi di riflessione seria, evitando le disastrose coazioni a ripetere gli errori del centrosinistra nella riforma dell'articolo V della Costituzione.
La seconda riflessione del presidente Napolitano nella sua visita in Piemonte in Val d'Aosta mi trova, invece, nettamente contrario. Il presidente allude al primo governo di transizione nella storia della repubblica italiana: il governo dell'agosto del 1953 del democristiano Giuseppe Pella, già ministro degli Esteri e del Bilancio, che, ritenuto al di fuori delle feroci lotte tra correnti che dilaniavano la Democrazia cristiana, ebbe l'incarico di formare il governo dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. De Gasperi non aveva ottenuto la fiducia in parlamento e la Democrazia cristiana era in forte difficoltà in seguito al fallimento della legge-truffa nelle elezioni del 7 aprile del 1953. Non era, infatti, scattato il truffaldino premio di maggioranza, che doveva assegnare alla coalizione di centro i due terzi dei seggi (a proposito, forse occorrerebbe anche una riflessione sulla somiglianza tra due leggi truffa contemporanee: il "porcellum" ed il "mattarellum").
Insomma, il governo Pella fu un governo "di tregua", di sostanziale unità nazionale. «Quello di Pella fu un governo breve, ma utile»ha detto il presidente Napolitano. E' evidente che il presidente, che non parla mai a caso, proietta il ricordo del passato sull'oggi, pur nelle mutate condizioni. Parlare del governo Pella è certamente, da parte sua, la richiesta di un passo indietro di Berlusconi e Bossi che, tra trivialità indicibili e bestemmie razziste, sfribrano la tenuta democratica del paese. E' bene che se ne vadano via tutti al più presto. Ma non si sfugge ad un nodo: il «governo di tregua, del presidente» lo fa Pisanu? O non lo fa piuttosto un esponente del «partito borghese» confindustriale che (pur con contraddizioni interne tra Marcegaglia, Montezzemolo, Profumo) si candida ad essere commissario a nome e per conto del programma di governo dettato dalla Bce?
Qui non c'è "tregua". Ha ragione Paul Krugman: «Questa crisi è un limpido esempio di lotta di classe. E' il capitale il vero detentore della sovranità. La Bce usa il debito pubblico come vincolo esterno per fiaccare definitavamente conquiste, forza, resistenza della classe. Il cosiddetto "governo di tregua" sarebbe un governo ancora più organicamente liberista, tecnocratico, autoritario, senza alcuna opposizione parlamentare (sarebbe evidente l'irrilevanza del Pd, dell'Idv, ma anche di Sel), con la collaborazione piena di alcune confederazioni sindacali e le difficoltà e le contraddizioni della Cgil, moltiplicate per mille. Scommetto, tra l'altro, per quel che vale, che lo sbocco istituzionale del "governo di tregua" sarebbe la vittoria elettorale di un ricomposto asse Alfano-Maroni-Casini che potrebbe nascere dopo l'uscita di scena dell'ossessionato Berlusconi.
No, è molto meglio andare a votare subito, tentando nel frattempo di far cadere Berlusconi e Bossi anche da sinistra e non solo per mano dei padroni; per parte nostra dobbiamo contribuire ad un conflitto duro e duraturo nel paese. Organizzando ribellione, rivolta, stando fino in fondo ai momenti di rottura, diffondendo la coscienza del fallimento storico del capitalismo (che è altra cosa dal pensare che esso si disgregherà, da solo, nello spazio di un mattino), ricercando i nessi unitari dei movimenti intorno alla necessità di liberarsi dalla schiavitù del debito. Lo sappiamo: il "partito borghese" non ci darà nessuna tregua.

Giovanni Russo Spena

 

 

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